Freitag, 16. Oktober 2026

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Estratto del mio libro „Capitolo 21“

Malattia e ulcere – che cosa succede nel corpo?

Lo scritto «Studiensbrief Nr. 76 – Geschwüre» ( Igienismo Naturale : Lettera di studio n. 76 – Ulcere) inizia con un pensiero molto importante per il nostro contesto: le ulcere non vengono considerate come un evento improvviso e isolato, ma come il risultato finale di uno sviluppo più lungo, che è già iniziato molto tempo prima.






Secondo questo modo di vedere, un’ulcera non nasce semplicemente da un giorno all’altro, ma il corpo attraversa prima diversi stati. All’inizio vi è un comportamento dannoso per la salute nella vita quotidiana. Da questo si sviluppano una debolezza e un esaurimento generale dell’organismo. Si arriva a un crescente sovraccarico del corpo, che nello scritto viene descritto con termini come tossicosi o toxemia. Successivamente si arriva a una crescente irritazione in determinati punti. Da questa irritazione nascono manifestazioni infiammatorie e infine può arrivare alla vera e propria ulcerazione, cioè alla formazione dell’ulcera.

In questo modo l’ulcera non viene considerata come l’inizio della malattia, ma piuttosto come un espressione visibile di un processo che esiste già da molto tempo.

Questo pensiero è particolarmente importante per il nostro capitolo sulla malattia.

Perché se si guarda soltanto all’ulcera visibile, si potrebbe pensare che lì improvvisamente qualcosa si sia «rotto» e che ora debba essere riparato il più rapidamente possibile. Lo scritto segue però un’altra strada. Prima pone la domanda: Che cosa è successo prima? Che cosa ha portato il corpo in questo stato? Quali sovraccarichi si sono accumulati e perché proprio in quel punto si è arrivati a una simile reazione?

L’ulcera, secondo questa visione, non sarebbe quindi tutta la malattia, ma piuttosto un’espressione visibile di uno sviluppo che nell’organismo è già avvenuto precedentemente.

La malattia inizia, secondo questo modo di vedere, molto prima del sintomo visibile Un pensiero fondamentale dello scritto consiste nel fatto che la malattia visibile compare soltanto quando determinati stadi preliminari sono già stati attraversati. Questo significa: quando una persona alla fine sviluppa un’ulcera gastrica, un’ulcera duodenale o un’altra ulcera, non si dovrebbe osservare soltanto l’ultimo stato visibile. La vera storia del corpo inizia molto prima.

L’organismo ha vissuto per un periodo prolungato con le condizioni che gli sono state imposte. Alimentazione, stile di vita, digestione, mancanza di movimento, sovraccarico, medicinali, sostanze stimolanti e altre influenze vengono considerate in questo scritto come fattori che possono progressivamente sovraccaricare il corpo.

Per questo lo scritto non pone soltanto la domanda:

«Come faccio a far sparire l’ulcera?»

ma piuttosto:

«Perché si è sviluppata una condizione nella quale il corpo sviluppa un’ulcera?»

Ed è proprio qui che si trova una differenza decisiva nella nostra considerazione della malattia. Perché se si tratta esclusivamente il sintomo, si può certamente cercare di sopprimere il dolore, l’acidità o altri disturbi, ma con questo non si è ancora spiegato perché il corpo sia arrivato proprio a questa condizione.



L’ulcera come stadio avanzato

Particolarmente interessante è la descrizione dello sviluppo dell’ulcera gastrica. Lo scritto spiega che un’ulcera normalmente non inizia con una singola lesione improvvisa. Piuttosto viene descritto un processo più lungo, nel quale inizialmente si sviluppano alterazioni della mucosa. Il sovraccarico e l’irritazione aumentano, possono essere coinvolti strati più profondi e infine si arriva a una vera e propria lesione aperta del tessuto.

L’ulcera viene quindi presentata come una sorta di punto finale di uno sviluppo. Si potrebbe rappresentare il pensiero in modo semplificato così: Stile di vita → sovraccarico → esaurimento → stato tossico → irritazione → infiammazione → danneggiamento dei tessuti → ulcera

Questo è particolarmente interessante per il nostro testo precedente, perché con questo possiamo collegarci alla considerazione precedente: La malattia non è necessariamente il primo evento, ma può essere la conseguenza visibile di un processo più lungo. Questo significa anche che una persona può essere già da molto tempo in uno stato di squilibrio della salute prima ancora che compaia un sintomo evidente di malattia.

Perché l’ulcera si forma proprio lì ?

Lo scritto si occupa inoltre della domanda sul perché una simile lesione si sviluppi proprio in determinati punti. Nel caso dello stomaco e del duodeno, secondo la sua rappresentazione, i succhi digestivi svolgono un ruolo importante. L’acido gastrico appartiene al normale processo digestivo e ha una sua funzione fisiologica. Lo scritto pone però la domanda su che cosa succede quando le normali condizioni dell’organismo vengono disturbate e le normali possibilità di protezione e rigenerazione non funzionano più in modo sufficiente.

Non viene quindi semplicemente detto:

«L’acido gastrico è cattivo.»

Al contrario: l’acido appartiene fondamentalmente al normale processo della digestione. Il problema viene piuttosto visto nel fatto che, in determinate condizioni, un organismo non riesce più a mantenere la propria normale regolazione. Se quindi una mucosa è già indebolita, irritata o danneggiata, ciò che in condizioni normali svolge una funzione necessaria può, in queste condizioni modificate, diventare ulteriormente gravoso. Qui appare nuovamente un pensiero che si adatta molto bene al tuo capitolo precedente: Non è necessariamente la singola sostanza ad essere il problema, ma lo stato dell’intero organismo nel quale questa sostanza agisce. Alimentazione e abitudini alimentari

Lo scritto si occupa molto dettagliatamente delle abitudini alimentari e del bere. Viene criticata in particolare l’idea che una persona possa continuare semplicemente a mangiare, finché prende soltanto dei medicinali contro i disturbi che compaiono. Lo scritto segue invece l’idea che la digestione sia un processo nel quale il corpo può elaborare soltanto una determinata quantità di cibo. Se gli organi digestivi vengono continuamente impegnati senza concedere loro sufficienti periodi di riposo, ciò può, secondo la concezione qui sostenuta, contribuire a un sovraccarico continuo. Vengono menzionati in particolare pasti molto abbondanti, cibi fortemente speziati, carne e insaccati, caffè, alcol e altri stimolanti. Anche l’abitudine di mangiare o bere continuamente viene considerata criticamente.

Con questo entra un pensiero che è molto interessante per il nostro capitolo «Guarisci la tua fame»: L’essere umano non deve necessariamente rispondere automaticamente a ogni sensazione dello stomaco con nuovo cibo. Può esserci una differenza tra un reale bisogno del corpo e un’abitudine, uno stimolo o un ritmo alimentare che è già stato acquisito.

Lo stomaco vuoto come parte della guarigione

Questo modo di vedere diventa particolarmente chiaro nella parte dedicata al trattamento. Lo scritto mette il riposo in una posizione importante. Lo stomaco non dovrebbe essere continuamente impegnato con nuovo cibo quando è già irritato o danneggiato. Per questo il digiuno, oppure una pausa temporanea dall’alimentazione, viene descritto come una possibilità per concedere all’apparato digerente un periodo di riposo. Qui il pensiero si collega direttamente al nostro capitolo precedente.

Perché se chiediamo: «Che cosa succede realmente quando sento fame e non mangio immediatamente?», allora la risposta di questo vecchio scritto di Natural Hygiene non può essere semplicemente:

«Allora ti manca immediatamente qualcosa e devi riempirti di nuovo.»

Piuttosto viene descritta la possibilità che l’organismo, proprio attraverso l’interruzione della continua introduzione di cibo, abbia l’opportunità di occuparsi dei propri processi. Lo scritto vede quindi nel riposo dell’apparato digerente una parte essenziale del processo di guarigione.

Sopprimere i sintomi non significa la stessa cosa che eliminare la causa Un altro punto molto importante dello scritto riguarda i medicinali. Già nelle prime pagine viene espresso il pensiero che la semplice soppressione artificiale dei sintomi non porti automaticamente alla guarigione. Al contrario, lo scritto sostiene che il puro combattimento contro i sintomi può, in determinate circostanze, lasciare intatto il sovraccarico alla base del problema dell’organismo.

Nel caso delle ulcere gastriche vengono trattati dettagliatamente, per esempio, i rimedi che neutralizzano l’acidità e altri medicinali. L’argomentazione storica è sostanzialmente questa: Se si neutralizza soltanto l’acidità presente o si sopprimono determinate sensazioni dello stomaco, con questo non è ancora stato chiarito perché la mucosa sia diventata così sensibile o danneggiata. In questo modo i sintomi possono diventare più deboli, mentre il processo alla base può continuare a esistere.

Nasce così una distinzione importante: L’assenza del sintomo non è automaticamente la stessa cosa della ricostituzione. Il corpo possiede propri processi di riparazione e guarigione Nello scritto viene descritto in modo particolarmente dettagliato il processo di riparazione dei tessuti. Quando un tessuto è stato lesionato, non viene semplicemente «riparato» dall’esterno. L’organismo stesso dispone di ampi meccanismi attraverso i quali le cellule danneggiate vengono eliminate, viene formato nuovo tessuto e la zona interessata può essere nuovamente ricostruita.

Vengono descritti a questo proposito i vasi sanguigni, diversi tipi di cellule, il tessuto connettivo e altri componenti del processo di riparazione.

Il pensiero fondamentale è:

Il corpo possiede in sé la capacità di ristabilimento. Questo non significa che ogni lesione, in ogni circostanza, scompaia da sola. Ma lo scritto vuole indirizzare lo sguardo verso il fatto che la guarigione è un processo attivo dell’organismo vivente. L’essere umano può sostenere questo processo oppure ostacolarlo. E proprio da qui nasce la domanda: Di che cosa ha bisogno il corpo affinché i suoi stessi processi di riparazione possano svolgersi nel modo più indisturbato possibile?

La risposta dello scritto porta nuovamente al riposo, al recupero sufficiente, all’alimentazione naturale, all’aria fresca, al movimento, alla luce solare e – a seconda della condizione – al digiuno.

La malattia come reazione dell’organismo

Qui il collegamento con il nostro capitolo precedente diventa particolarmente evidente. Se la malattia non viene semplicemente considerata come un evento casuale proveniente dall’esterno, ma come un processo nel quale il corpo reagisce a un sovraccarico esistente da molto tempo, cambia anche il significato del sintomo. Allora, per esempio, un’infiammazione non è soltanto qualcosa che bisogna eliminare il più rapidamente possibile. La si può inizialmente considerare come parte di un processo.

Il corpo reagisce.

Il corpo modifica qualcosa.

Il corpo cerca di affrontare una determinata condizione.

E ciò che noi chiamiamo malattia può essere una parte visibile di questo processo.

Lo scritto va persino oltre e descrive lo sviluppo in modo tale che un organismo dapprima vive con un sovraccarico, questo sovraccarico aumenta e infine viene raggiunto uno stato nel quale inizia una reazione evidente. Con questo diventa comprensibile perché gli autori attribuiscano tanta importanza al fatto di non considerare soltanto l’ultimo sintomo.

Ulcere in altre parti del corpo

Lo scritto non si limita allo stomaco e al duodeno. Tratta anche le ulcere del colon, le ulcerazioni della pelle e le ulcere in relazione alle vene varicose. Anche in questi casi viene ripreso lo stesso pensiero fondamentale: Il corpo cerca di affrontare dei sovraccarichi e la modificazione visibile viene considerata come il risultato di un processo più lungo. Nel caso delle ulcere cutanee viene per esempio descritto che l’organismo, in presenza di un forte sovraccarico dovuto ai cosiddetti residui e sostanze tossiche, cerca di affrontare questo sovraccarico in qualche modo. In questo contesto la pelle viene descritta come un organo coinvolto nei processi di eliminazione e regolazione.

La Natural Hygiene di allora, per questo motivo, non considera determinate manifestazioni cutanee semplicemente come un problema isolato della pelle.

Si chiede: Che cosa sta succedendo nell’intero organismo?

E ancora una volta compare lo stesso pensiero: Ciò che diventa visibile all’esterno può essere collegato a processi che avvengono molto più profondamente nel corpo. Particolarmente interessante: ulcere e vene varicose Un’altra parte tratta le ulcere che compaiono in relazione alle vene varicose. Qui non viene considerata soltanto l’ulcera stessa, ma la circolazione del sangue, la funzione delle valvole venose e le condizioni meccaniche del flusso sanguigno. Lo scritto descrive come il sangue dalle gambe debba ritornare verso il cuore contro la forza di gravità e come, in questo processo, i movimenti muscolari e le valvole venose collaborino. Quando questo meccanismo è disturbato, può verificarsi un ristagno. Le vene possono dilatarsi, può accumularsi liquido nei tessuti e il tessuto può modificarsi progressivamente. Anche qui compare nuovamente lo stesso principio: L’ulcera si trova alla fine di un processo più lungo. Non è sensato osservare soltanto la zona aperta se contemporaneamente continuano a esistere le condizioni che hanno portato a quella zona aperta. E ora arriva il pensiero più importante per il nostro capitolo Se colleghiamo questo scritto a ciò che abbiamo scritto precedentemente sulla malattia, nasce un collegamento molto interessante. L’essere umano normalmente vede soltanto lo stadio finale.

Vede il dolore.

Vede l’infiammazione.

Vede l’ulcera.

Vede la modificazione della pelle.

Vede il sangue.

Vede il disturbo digestivo.

Ma il processo vero e proprio può essere iniziato molto prima. Per questo si potrebbe riassumere per il nostro libro il messaggio di questo studio in questo modo: L’ulcera non è l’inizio della storia. È il punto visibile di una storia che nel corpo è iniziata molto tempo prima. Ed è proprio qui che possiamo tornare alla nostra precedente considerazione sulla «malattia come conseguenza legittima di processi naturali».

Non: Malattia → disgrazia improvvisa

ma:

Stile di vita → sovraccarico → cambiamento → reazione → sintomo visibile.

È importante però che nel nostro libro rendiamo chiaro che questa è la concezione di questo storico scritto di Natural Hygiene e che non venga semplicemente presentata come consenso medico attuale.

Il pensiero di «Guarisci la tua fame»

E ora diventa particolarmente interessante per il libro "Capitolo 21".

Quando l’essere umano risponde continuamente a ogni sensazione con del cibo, il corpo potrebbe non avere mai una vera fase prolungata di riposo. Il vecchio scritto mette invece in primo piano il digiuno come interruzione temporanea dell’assunzione di cibo.

Con questo il nostro pensiero precedente riceve un ulteriore livello: Forse la domanda non è sempre:

«Che cosa devo mangiare adesso?»

ma a volte:

«Perché sento fame proprio adesso, e che cosa sta realmente succedendo nel mio corpo quando non gli do immediatamente altro cibo?»

Proprio nel collegamento con la malattia questo pensiero diventa importante. Perché se il corpo è già impegnato con un processo gravoso, mangiare ulteriormente non può essere automaticamente la soluzione. Lo scritto descrive per questo il riposo e il digiuno come una possibilità di alleggerire gli organi digestivi dal loro lavoro continuo e di dare all’organismo l’opportunità di svolgere i propri processi.

Che cosa possiamo ricavare dalla Nr. 76 per il nostro "Capitolo 21"

Da questo scritto useremmo soprattutto queste linee di pensiero:

1. La malattia non comincia necessariamente con il sintomo visibile.

2. Un’ulcera viene considerata come lo stadio finale di uno sviluppo più lungo.

3. Prima dell’ulcerazione, secondo questa teoria, vi sono esaurimento, sovraccarico tossico, irritazione e modificazioni infiammatorie.

4. Il sintomo visibile non deve quindi essere identificato con l’intera malattia.

5. La semplice soppressione di un sintomo non viene considerata dallo scritto come vera guarigione.

6. L’organismo possiede propri processi di riparazione e guarigione.

7. Il riposo dell’apparato digerente e il digiuno occupano un posto importante in questa dottrina storica.

8. L’alimentazione e lo stile di vita vengono considerati come condizioni a lungo termine che influenzano lo stato dell’organismo.

9. Anche nel caso delle ulcere cutanee e delle ulcere legate alle vene varicose si ricercano i processi che le hanno precedute.

10. Il pensiero centrale ritorna sempre: non osservare soltanto il risultato visibile, ma comprendere il processo che lo ha portato a verificarsi.

E proprio quest’ultimo pensiero lo collegherei successivamente alla tua precedente parte su «Mito della malattia» e «La malattia come conseguenza legittima di processi naturali».

Ne risulta un passaggio davvero bello:

La malattia è un processo.

L’ulcera è un risultato di questo processo.

E se vediamo soltanto il risultato, non abbiamo ancora compreso la malattia.







Nr. 77 – Versione italiana

L’idea fondamentale dello scritto

Lo Studienbrief Nr. 77 – «Magen- und Darmstörungen» inizia con un pensiero molto importante per il nostro capitolo sulla malattia: secondo questa dottrina, i disturbi dello stomaco e dell’intestino non compaiono improvvisamente e senza una storia precedente, ma si sviluppano principalmente a partire da violazioni protratte nel tempo di una nutrizione e di uno stile di vita considerati ragionevoli.

Lo scritto mette particolarmente in evidenza la durata.

Non viene considerato decisivo un singolo pasto, un singolo alimento o un singolo errore, ma il fatto che gli organi digestivi vengano esposti ripetutamente e per lungo tempo ad alimenti inadatti, bevande inadatte e altri fattori considerati gravosi.

In questo modo, secondo questa concezione, gli organi digestivi vengono sovraccaricati in modo permanente.

Il corpo possiede possibilità di protezione ed eliminazione, ma anche queste possibilità vengono considerate limitate. Se sostanze inadatte vengono introdotte continuamente e non possono essere eliminate sufficientemente, si accumulano dei carichi. Gli organi perdono progressivamente, secondo questa rappresentazione, la loro normale capacità funzionale e, a un certo punto, i disturbi diventano visibili.

In questo senso lo scritto comincia proprio là dove si era fermato il nostro pensiero precedente sulla malattia:

Il sintomo visibile della malattia non è necessariamente l’inizio del processo. Può essere il risultato di uno sviluppo durato a lungo.

La malattia come conseguenza di un sovraccarico prolungato

Lo scritto descrive l’apparato gastrointestinale come un sistema collegato.

Quando singoli organi vengono sovraccaricati continuamente, questo non riguarda soltanto quel singolo organo, ma può avere conseguenze sull’intero organismo.

La digestione non viene quindi considerata come qualcosa che funziona indipendentemente dal resto del corpo.

Il corpo assume il cibo, lo scompone, assorbe determinate sostanze, le utilizza ed elimina nuovamente ciò che non viene utilizzato.

Quando questo ciclo viene disturbato da un’alimentazione inadatta, dall’eccesso di cibo o da altre abitudini sfavorevoli, secondo la dottrina dello Studienbrief si sviluppano progressivamente delle difficoltà.

Lo scritto presenta un pensiero molto fondamentale:

Il corpo può sopportare molto per un certo periodo, ma non può lavorare indefinitamente contro le proprie condizioni di vita.

Quando i sovraccarichi diventano, per un periodo prolungato, maggiori della capacità dell’organismo di affrontarli, compaiono infine disturbi visibili.

Questo significa:

Prima il sovraccarico – poi il disturbo della funzione – poi il sintomo.

E non il contrario.

La digestione non comincia nello stomaco

Un altro pensiero importante della Nr. 77 è che la digestione comincia già nella bocca.

Attraverso la masticazione il cibo viene sminuzzato meccanicamente e contemporaneamente mescolato con la saliva.

La saliva contiene, secondo la descrizione dello Studienbrief, l’enzima ptialina, che comincia già ad agire sui carboidrati.

Quindi il primo passaggio della digestione avviene già nella bocca.

Lo scritto attribuisce perciò importanza a una masticazione accurata.

Il cibo non dovrebbe semplicemente arrivare il più rapidamente possibile nello stomaco, ma dovrebbe prima essere sufficientemente sminuzzato e mescolato con la saliva.

Questo ha importanza per la digestione successiva, perché lo stomaco non dovrebbe essere costretto a svolgere un lavoro che avrebbe potuto già cominciare nella bocca.

Anche qui compare un principio generale:

Quanto più un processo naturale si svolge completamente nel luogo che gli è proprio, tanto meno un organo successivo deve compensare.

L’esofago e il percorso verso lo stomaco

L’esofago viene descritto come il collegamento tra bocca e stomaco.

La sua funzione non consiste nel digerire il cibo, ma nel trasportarlo verso lo stomaco attraverso i movimenti muscolari.

Lo scritto descrive questo processo come un movimento ordinato della muscolatura.

Anche questo mostra che la digestione è costituita da diversi processi coordinati.



Quando in un punto viene richiesto continuamente troppo oppure vengono disturbate le condizioni naturali, questo può avere conseguenze sui processi digestivi successivi.

Lo stomaco come organo digestivo

Per lo stomaco lo scritto distingue diverse zone e funzioni.

Lo stomaco riceve il cibo, lo mescola e lo mette in contatto con i suoi succhi digestivi.

La mucosa gastrica svolge in questo processo un ruolo importante.

Per la produzione dei succhi gastrici vengono messi particolarmente in evidenza due tipi di cellule ghiandolari:

le cellule principali e le cellule parietali.

Le cellule principali vengono associate alla produzione di pepsinogeno.

Il pepsinogeno è la forma inattiva dell’enzima digestivo pepsina, che può scomporre le proteine.

Le cellule parietali vengono associate alla formazione dell’acido cloridrico.

Con questo lo scritto spiega che l’acido gastrico non è semplicemente una sostanza dannosa, ma possiede una normale funzione all’interno della digestione.

Questo è particolarmente interessante per la nostra successiva considerazione delle ulcere.

Perché anche qui vale il principio:

Una sostanza può avere una funzione normale e necessaria e, in altre condizioni, diventare comunque un problema.

Lo scritto quindi non rende semplicemente l’acido gastrico un «nemico».

Considera lo stato complessivo dello stomaco.

Il valore del pH e la digestione

Uno dei fatti messi esplicitamente in evidenza nello Studienbrief riguarda il valore del pH.

Quando il bolo alimentare nello stomaco raggiunge un determinato grado di acidità, l’azione dell’enzima salivare ptialina termina.

Lo scritto indica a questo proposito un valore di pH inferiore a circa 4,0.

In questo modo viene spiegato il passaggio dal lavoro digestivo della bocca alle condizioni modificate dello stomaco.

È un ulteriore esempio di come i diversi tratti digestivi siano coordinati tra loro.

Il cibo non viene trattato ovunque allo stesso modo.

Ogni tratto possiede le proprie condizioni.

Istamina e acido gastrico

Lo scritto tratta inoltre la secrezione di istamina e la sua relazione con la produzione di acido gastrico.

L’istamina viene descritta come una sostanza capace di stimolare le cellule parietali alla secrezione di acido cloridrico.

In questo modo lo stomaco non viene considerato semplicemente come un recipiente nel quale casualmente è presente dell’acido.

La produzione dell’acido gastrico viene piuttosto descritta come un processo regolato.

Anche questo è importante per la nostra considerazione della malattia.

Perché quando un normale processo viene modificato o sovraccaricato per un periodo prolungato, da questo può svilupparsi un’altra condizione.

Il duodeno – il passaggio successivo della digestione

Dopo lo stomaco il bolo alimentare arriva nel duodeno.

Qui le condizioni cambiano nuovamente.

Lo scritto descrive il duodeno come una parte importante nella quale confluiscono diversi succhi digestivi.

Tra questi vi sono in particolare:

- il succo pancreatico,

- la bile,

- le secrezioni dell’intestino tenue.

Il contenuto acido proveniente dallo stomaco viene così portato in un ambiente più adatto ai processi digestivi successivi.

Qui, secondo la descrizione dello scritto, comincia un’ampia scomposizione dei diversi componenti alimentari.

Il pancreas

Il pancreas fornisce numerosi enzimi digestivi.

Lo scritto cita enzimi coinvolti nella digestione delle proteine, dei carboidrati e dei grassi.

Con questo diventa evidente che la digestione non è semplicemente una questione di «stomaco e intestino», ma che diversi organi lavorano insieme.

Il pancreas fornisce sostanze necessarie alla scomposizione ulteriore del cibo.

Anche la neutralizzazione del contenuto acido proveniente dallo stomaco fa parte di questo processo complessivo.

La bile

La bile viene collegata soprattutto alla digestione dei grassi.

Lo scritto la descrive come un liquido complesso contenente diversi componenti.

Una funzione importante consiste nel modificare o emulsionare i grassi introdotti, in modo che diventino più accessibili ai successivi processi digestivi.

Anche qui appare nuovamente lo stesso principio:

La digestione è un insieme di funzioni che lavorano insieme.

Se si prende una singola manifestazione e la si considera isolatamente, si perde il collegamento con l’intero processo.

L’intestino tenue come grande area di elaborazione e assorbimento

L’intestino tenue viene descritto come la parte più importante per l’ulteriore elaborazione e l’assorbimento delle sostanze nutritive.

Lo scritto spiega i diversi enzimi e i loro compiti.

Le proteine vengono ulteriormente scomposte, i carboidrati vengono trasformati e i grassi vengono preparati, attraverso l’azione della bile e degli enzimi corrispondenti, per l’assorbimento.

Particolarmente importante è la mucosa intestinale con le sue strutture superficiali.

Queste aumentano la superficie dell’intestino e permettono quindi un ampio assorbimento delle componenti utilizzabili.

L’intestino non viene quindi considerato semplicemente come un «tubo» attraverso il quale passa il cibo.

È un organo altamente attivo che seleziona, elabora e assorbe.

L’intestino crasso – acqua ed elettroliti

Nell’intestino crasso il compito cambia nuovamente.

Qui viene particolarmente messo in evidenza il recupero di acqua ed elettroliti.

Lo scritto indica che in caso di una forte alterazione dell’intestino si possono perdere grandi quantità di acqua.

Questo viene spiegato soprattutto attraverso l’esempio della diarrea.

Quando l’organismo perde attraverso l’intestino una quantità molto elevata di acqua, può verificarsi una notevole alterazione dell’equilibrio idrico ed elettrolitico.

Per questo la diarrea non viene considerata soltanto come un sintomo fastidioso, ma come un processo che può interessare l’intero organismo.

Disturbi dell’apparato digerente

A questo punto lo scritto arriva ai veri e propri quadri patologici.

Comincia con nausea e vomito.

La nausea e il vomito vengono considerati fondamentalmente come reazioni dell’organismo.

Vengono descritte situazioni nelle quali il corpo non vuole più assumere o trattenere determinati alimenti o sostanze.

Il vomito può quindi essere interpretato come una reazione di protezione e di eliminazione.

Questo pensiero si collega molto bene al tema già trattato della «malattia come conseguenza legittima di processi naturali».

Se il corpo non tollera qualcosa oppure non riesce più a elaborarlo, si produce una reazione.

La reazione non viene quindi considerata esclusivamente come un nemico, ma come un’espressione del fatto che l’organismo cerca di regolare qualcosa.

Disturbi digestivi e dispepsia

Con dispepsia lo scritto descrive tutta una serie di manifestazioni sgradevoli nell’apparato digerente.

Tra queste troviamo senso di pienezza, pressione, eruttazioni, gonfiore, nausea, cambiamenti dell’appetito e altri disturbi.

Lo scritto collega queste manifestazioni a disturbi del processo digestivo.

Viene attribuita particolare importanza alle cattive abitudini alimentari.

Pasti troppo abbondanti, alimenti inadatti, combinazioni sbagliate e un comportamento complessivamente innaturale nei confronti del cibo vengono considerati possibili cause.

Anche qui non viene trattato un singolo sintomo in modo isolato.

La domanda è:

Come si è arrivati a questa condizione?

Appendicite

Lo Studienbrief presenta per l’appendicite una concezione propria della Natural Hygiene dell’epoca.

Esso si oppone all’idea che l’infiammazione dell’appendice possa essere spiegata semplicemente dalla presenza di determinati batteri o parassiti.

Invece la condizione viene inserita nel più ampio contesto di una situazione generale di sovraccarico e tossicità dell’organismo.

L’appendice viene considerata una zona nella quale, secondo questa interpretazione, possono accumularsi determinati materiali.

Lo scritto collega questo fatto all’alimentazione, all’eliminazione e allo stile di vita generale.

Qui nel nostro libro dovremo però rendere molto chiaro:

Questa è la spiegazione storica di questo Studienbrief.

Non dobbiamo presentarla come se fosse automaticamente la spiegazione medica attuale.

Per il nostro capitolo è comunque interessante il modo di ragionare, perché anche qui viene seguito lo stesso principio:

L’evento infiammatorio visibile viene considerato il risultato di una condizione precedente più lunga.

Peritonite

Lo Studienbrief tratta successivamente la peritonite.

Qui descrive un’infiammazione particolarmente seria della cavità addominale.

Secondo la rappresentazione dello scritto, il punto di partenza può essere costituito da diverse malattie o lesioni precedenti.

Il peritoneo reagisce alle irritazioni e alle infiammazioni con forti modificazioni.

Vengono descritti dolore, sensibilità alla pressione e altri gravi sintomi generali.

Lo scritto sottolinea che una simile condizione non deve essere considerata semplicemente come un disturbo digestivo innocuo.

All’interno dello Studienbrief viene quindi fatta una distinzione tra i disturbi digestivi più lievi e le condizioni acute gravi.

Diarrea

La parte dedicata alla diarrea è particolarmente interessante per la nostra considerazione.

Lo scritto definisce la diarrea come un’evacuazione insolitamente frequente e aumentata di contenuto intestinale liquido o molle.

Viene posta attenzione soprattutto all’equilibrio idrico.

Quando il contenuto intestinale contiene troppa acqua oppure il normale recupero dell’acqua nell’intestino crasso è disturbato, le feci diventano liquide.

Lo scritto indica diverse possibili cause e si occupa poi dettagliatamente della loro prevenzione.

Anche qui alimentazione e stile di vita hanno un ruolo importante.

Vengono considerati criticamente in particolare zucchero, alimenti inadatti, determinate bevande, alcol e medicinali o lassativi.

Diarrea e idea della purificazione

Nell’argomentazione dello scritto, la diarrea viene in parte considerata come una reazione del corpo con la quale qualcosa dovrebbe essere eliminato il più rapidamente possibile dall’organismo.

Ritorna così un pensiero che abbiamo già incontrato nella considerazione generale della malattia:

Il corpo reagisce a un sovraccarico.

La reazione può essere sgradevole.

Ma il fatto che sia sgradevole, secondo questa concezione, non significa automaticamente che sia priva di senso.

L’essere umano vuole eliminare il sintomo spiacevole il più rapidamente possibile.

La Natural Hygiene chiede invece prima di tutto:

Perché il corpo ha iniziato questa reazione?

Diarrea cronica

Lo scritto distingue tra una diarrea temporanea e una condizione che dura a lungo.

La diarrea cronica viene collegata a un disturbo prolungato dei processi digestivi e di assorbimento.

Secondo la rappresentazione dello scritto, possono verificarsi perdite di sostanze nutritive oppure un assorbimento insufficiente.

Anche qui la causa non viene ricercata soltanto nell’intestino stesso, ma nelle condizioni alimentari e di vita che possono mantenere questo stato.

Stitichezza – Obstipation

Lo Studienbrief dedica poi molto spazio alla stitichezza.

La stitichezza viene descritta come un’evacuazione difficoltosa, ritardata oppure troppo rara.

Lo scritto la collega soprattutto a una diminuzione dell’attività intestinale.

La stitichezza cronica non viene considerata un problema insignificante.

Viene considerata come un’indicazione che la funzione naturale dell’intestino è stata disturbata per un periodo prolungato.

Tra i possibili fattori vengono indicati, tra gli altri, la mancanza di movimento, un’alimentazione sbagliata, un insufficiente apporto naturale di fibre, cattive abitudini nell’evacuazione e uno stile di vita complessivamente innaturale.

L’intestino ha bisogno di movimento

Un pensiero che attraversa questa parte dello scritto è il collegamento tra movimento e funzione intestinale.

L’intestino non è un organo passivo.

La sua muscolatura spinge in avanti il contenuto intestinale.

Se questi movimenti diventano deboli o irregolari, il contenuto può rimanere più a lungo nell’intestino.

Da questo possono svilupparsi ulteriori problemi.

Per questo il movimento fisico regolare viene presentato come una parte importante di uno stile di vita naturale.

Anche qui i pensieri si incontrano con il tuo capitolo precedente sul movimento come fonte di energia.

Diverticolosi

Lo scritto tratta poi la diverticolosi.

Si tratta delle estroflessioni della parete intestinale.

Lo Studienbrief spiega queste estroflessioni in relazione alla struttura della parete intestinale e alla pressione che può svilupparsi all’interno dell’intestino.

In particolare, con feci dure e difficoltà nell’evacuazione, la pressione può aumentare.

Lo scritto stabilisce quindi anche qui un collegamento tra stitichezza cronica, sovraccarico dell’intestino e modificazioni della parete intestinale.

Il modello rimane lo stesso:

Disturbo funzionale prolungato → condizioni modificate → modificazione strutturale.

Bruciore di stomaco – Pyrosis

Viene trattato anche il bruciore di stomaco.

Lo scritto descrive il bruciore o la sensazione sgradevole nella parte superiore dell’apparato digerente e lo collega ai processi dello stomaco e dell’esofago.

Anche qui vengono considerate le abitudini alimentari, l’eccesso di cibo e determinati alimenti o bevande come possibili fattori scatenanti.

Ancora una volta è interessante il modo di vedere:

La persona sente il bruciore e vuole immediatamente prendere qualcosa contro di esso.

Lo scritto chiede invece prima di tutto quale sia la condizione che ha provocato quel bruciore.

Celiachia

Lo Studienbrief tratta anche la celiachia, descritta in relazione a un insufficiente assorbimento dei nutrienti nell’intestino tenue.

Viene spiegata l’importanza della mucosa dell’intestino tenue e della sua funzione di assorbimento.

Quando questa superficie è danneggiata o la sua funzione è compromessa, le sostanze nutritive non possono più essere assorbite correttamente.

Lo scritto collega questo processo all’alimentazione e a determinati componenti alimentari.

Anche qui quindi non si tratta soltanto di un singolo sintomo.

Si tratta della domanda sul perché l’intestino non riesca più a svolgere correttamente la sua naturale funzione di assorbimento.

Emorroidi

Una parte particolarmente ampia dello Studienbrief è dedicata alle emorroidi.

Lo scritto non considera le emorroidi semplicemente come una malattia isolata di determinati vasi sanguigni.

Le collega alla funzione complessiva dell’intestino e soprattutto alla stitichezza cronica e allo sforzo durante l’evacuazione.

Vengono distinte diverse forme.

Si parla di emorroidi interne ed esterne, di sanguinamenti, gonfiori e della possibilità di una trombosi.

Le emorroidi come segno di uno stile di vita disturbato

Lo Studienbrief collega in modo molto chiaro le emorroidi allo stile di vita.

Stitichezza cronica, mancanza di movimento, alimentazione sbagliata e altre abitudini sfavorevoli vengono indicate come fattori.

Le emorroidi non vengono quindi considerate semplicemente come qualcosa che è comparso casualmente in un punto determinato del corpo.

Anche qui viene ricercato il processo che sta dietro.

L’emorroide è visibile.

Ma le condizioni che l’hanno preceduta possono essere molto più ampie.

Critica del trattamento puramente esterno

Lo Studienbrief è molto critico nei confronti di un trattamento che si limiti esclusivamente alla rimozione delle emorroidi.

Se la stitichezza alla base e le condizioni alimentari e di vita rimangono invariate, secondo questa concezione il problema può ripresentarsi.

Per questo viene fatta una distinzione tra la semplice eliminazione dell’apparenza visibile e il cambiamento delle condizioni che l’hanno prodotta.

Anche qui possiamo usare la nostra formula precedente:

Eliminare il sintomo non è la stessa cosa che eliminare le condizioni nelle quali il sintomo è nato.

Il tema dei lassativi

Lo scritto considera criticamente l’uso regolare dei lassativi.

Se l’intestino viene continuamente stimolato artificialmente all’evacuazione, secondo la concezione dello Studienbrief la naturale attività intestinale può indebolirsi ulteriormente.

Può quindi nascere un circolo:

Stitichezza → lassativo → evacuazione artificiale → ulteriore dipendenza dal rimedio → nuova stitichezza.

Lo scritto vede in questo una forma di abitudine dell’organismo.

Per questo non raccomanda di sostituire permanentemente la naturale attività intestinale con medicinali, ma di modificare le condizioni nelle quali l’intestino deve lavorare.

Alimentazione, digiuno e riposo

Qui ritorniamo nuovamente al nostro tema principale.

Lo scritto attribuisce, in molti disturbi digestivi, un ruolo importante al riposo dell’apparato digerente.

Quando un organo è sovraccarico, non si dovrebbe semplicemente continuare a introdurre altro.

Questo vale soprattutto quando il corpo è già impegnato con una reazione acuta.

Anche qui compare quindi il pensiero del digiuno o di una temporanea riduzione dell’introduzione di cibo.

Con questo il cerchio si chiude con la Nr. 76.

Là abbiamo visto:

In determinate condizioni il corpo ha bisogno di riposo affinché i propri processi possano svolgersi.

La Nr. 77 estende questo pensiero all’intero apparato gastrointestinale.

La grande sintesi della Nr. 77

A pagina 45 lo scritto stesso presenta una conclusione molto interessante.

Viene messa esplicitamente in discussione l’idea che una persona possa improvvisamente e senza una storia precedente sviluppare una malattia dello stomaco o dell’intestino.

Piuttosto viene descritto che queste condizioni possono svilupparsi nel corso di un periodo prolungato.

Tra i fattori importanti vengono indicati:

anni di alimentazione sbagliata, eccesso di cibo, alimenti inadatti, combinazioni sbagliate, sostanze irritanti o stimolanti, stitichezza, cattiva eliminazione e uno stile di vita complessivamente innaturale.

La malattia viene quindi presentata come il risultato di uno sviluppo più lungo.

Quando le condizioni considerate dannose vengono eliminate, secondo questa concezione il corpo dovrebbe avere la possibilità di ristabilire la propria funzione naturale.

Questo è esattamente il punto nel quale la Nr. 77 si collega molto bene al nostro capitolo precedente.

Gastrite cronica – l’appendice di Dr. Herbert M. Shelton

Particolarmente importante per il nostro tema è l’appendice «Chronische Gastritis» di Dr. Herbert M. Shelton.

Qui la gastrite cronica viene anch’essa descritta come una condizione che non nasce improvvisamente.

Lo stomaco viene irritato e sovraccaricato ripetutamente per un periodo prolungato.

Vengono citati, tra gli altri:

mangiare troppo frequentemente, pasti troppo abbondanti, alimenti inadatti, spezie forti, caffè, alcol, tabacco e altre sostanze considerate stimolanti o irritanti.

Anche l’abitudine di mangiare continuamente tra un pasto e l’altro viene considerata criticamente.

Secondo questa concezione lo stomaco non dovrebbe essere continuamente occupato da nuovo cibo.

Ha bisogno di periodi nei quali la digestione possa essere completata e non venga continuamente aggiunto altro alimento.

Gastrite cronica e abitudini

Shelton sottolinea particolarmente l’importanza delle abitudini.

Ciò che comincia come eccezione può diventare un’abitudine quotidiana.

Un’abitudine poi non viene più percepita come un sovraccarico perché la persona la considera normale.

Proprio in questo modo, secondo questa concezione, può svilupparsi una condizione cronica.

L’essere umano non si accorge necessariamente di quando un sovraccarico occasionale è diventato un sovraccarico permanente.

Lo scritto quindi non chiede soltanto:

«Che cosa ha provocato i disturbi ieri?»

ma:

«Quali abitudini hanno costruito questa condizione nel corso degli anni?»

Questo è estremamente importante per la nostra considerazione della malattia.

Lo stomaco come organo che ha bisogno di riposo

Nell’appendice viene sottolineata ripetutamente la necessità di concedere allo stomaco tempo sufficiente.

Un pasto non dovrebbe essere immediatamente seguito dal successivo.

Lo stomaco deve ricevere il cibo, mescolarlo e digerirlo.

Se viene continuamente aggiunto nuovo cibo prima che il processo digestivo precedente sia terminato, secondo questa dottrina l’intero processo viene reso inutilmente più difficile.

Anche qui ritorna quindi un pensiero che appartiene direttamente a «Heile deinen Hunger»:

Non ogni sensazione di fame significa automaticamente che bisogna mangiare di nuovo immediatamente.

Dietro la sensazione può esserci un’abitudine.

Può esserci una reazione a un determinato ritmo.

E secondo la filosofia di questo scritto, proprio l’interruzione del mangiare può concedere all’apparato digerente il necessario riposo.

Il collegamento centrale tra Nr. 76 e Nr. 77

Ora diventa veramente interessante per il nostro libro.

Nr. 76 – Ulcere ci ha mostrato:

Un’ulcera, secondo questa dottrina storica, non viene considerata come un evento improvviso, ma come il risultato di uno sviluppo durato a lungo.



Nr. 77 – Disturbi dello stomaco e dell’intestino amplia questo pensiero:

Anche i disturbi digestivi generali non vengono considerati eventi isolati, ma conseguenze di un sovraccarico prolungato dell’apparato digerente.



Possiamo quindi collegare i due scritti:

Stile di vita sbagliato o gravoso

→ sovraccarico ripetuto

→ funzione disturbata

→ aumento del carico

→ reazione dell’organismo

→ sintomo visibile

→ con la continuazione del processo, eventualmente modificazione strutturale.

E con questo ritorniamo al nostro grande tema:

La malattia come processo

Non:

«Oggi la malattia è improvvisamente comparsa.»

Ma:

«Oggi diventa visibile ciò che forse si è sviluppato già molto tempo prima.»

Questo è probabilmente il pensiero più importante che possiamo portare dalla Nr. 77 nel tuo capitolo.

Ancora una volta, in modo molto preciso

Lo scritto Nr. 77 considera l’apparato gastrointestinale come un sistema finemente coordinato.

Il cibo viene preparato nella bocca, ulteriormente elaborato nello stomaco, mescolato nel duodeno con succo pancreatico e bile, ulteriormente scomposto e assorbito nell’intestino tenue e nell’intestino crasso viene, tra le altre cose, recuperata l’acqua.

Se l’essere umano sottopone questo sistema per lungo tempo a troppo cibo, a cibo considerato inadatto o a un’alimentazione troppo frequente, secondo la concezione dello scritto possono svilupparsi disturbi funzionali sempre più forti.

Questi possono inizialmente manifestarsi come disturbi digestivi.

Successivamente possono diventare condizioni croniche.

E infine, secondo questa concezione, possono svilupparsi anche modificazioni strutturali.

Per questo la domanda fondamentale non è soltanto:

«Quale malattia ho?»

ma:

«Quale sviluppo ha portato a questa condizione?»

Ed è proprio qui che Nr. 76 e Nr. 77 si incontrano.

La malattia non viene considerata isolatamente.

Viene considerata come la storia del corpo.

Una storia che può essere iniziata molto prima del sintomo visibile.

Che cosa possiamo ricavare dalla Nr. 77 per il nostro capitolo

1. Le malattie dello stomaco e dell’intestino vengono descritte come il risultato di un sovraccarico prolungato.

2. La digestione è un processo collegato nel quale partecipano bocca, stomaco, intestino tenue, intestino crasso, pancreas e fegato.

3. Il corpo possiede propri processi di regolazione, digestione ed eliminazione.

4. Nausea, vomito e diarrea vengono considerati, in questa dottrina, in parte come reazioni dell’organismo.

5. La stitichezza cronica viene considerata un segno di un disturbo prolungato della funzione intestinale.

6. I diverticoli vengono collegati alle modificazioni della parete intestinale e all’aumento della pressione nell’intestino.

7. Le emorroidi non vengono considerate isolatamente, ma nel collegamento con la funzione intestinale, la stitichezza, lo sforzo e lo stile di vita.

8. L’uso regolare dei lassativi viene considerato criticamente, perché potrebbe creare un ciclo di evacuazione artificiale.

9. Bruciore di stomaco e disturbi digestivi vengono considerati nel contesto delle abitudini alimentari e dello stile di vita.

10. La gastrite cronica viene descritta come il risultato di una lunga irritazione e di un sovraccarico dello stomaco.

11. Il riposo dell’apparato digerente e le pause temporanee dall’alimentazione occupano un posto importante in questa dottrina storica.

12. Il pensiero comune più importante con la Nr. 76 è: non guardare soltanto il sintomo visibile, ma comprendere il processo che lo ha preceduto.

E quindi ora abbiamo due scritti che si completano molto bene:

La Nr. 77 spiega il percorso dal disturbo della digestione alla malattia cronica.

La Nr. 76 spiega il percorso dai sovraccarichi e dalle modificazioni prolungate fino alla formazione dell’ulcera.

Insieme formano esattamente il passaggio che ci serve per il libro "capitolo 21" tema «Malattia».



Digiuno e fame – quando è indicato il digiuno?

La lettera di studio n. 46 inizia con un pensiero che si collega molto bene alla domanda del capitolo 21: quando l’essere umano ha veramente bisogno di cibo e da quali segnali può riconoscere che in quel momento non è il cibo ciò di cui ha bisogno, ma il riposo?

Secondo l’impostazione di questa lettera di studio, non si dovrebbe semplicemente mangiare perché è arrivata l’ora stabilita, ma prestare attenzione a determinati segnali del corpo. Tra questi vengono indicati, tra le altre cose, l’assenza di fame, la lingua patinata, l’alito modificato, i dolori e altri disturbi acuti.

E questo ci porta direttamente alla domanda che ritorna più volte in questo capitolo:

Quello che chiamiamo fame è veramente fame?

L’assenza di fame

Un pensiero particolarmente importante è questo:

Quando non c’è fame, secondo questa concezione non esiste nemmeno un bisogno fisiologico di cibo.

Questo può essere semplicemente dovuto al fatto che il pasto precedente non è ancora stato digerito. Può però verificarsi anche durante una malattia acuta, quando il corpo è occupato con altri processi e, secondo questa impostazione, non può digerire e utilizzare correttamente il cibo.

In questo modo anche l’assenza di fame diventa un segnale.

Non ogni momento in cui normalmente si mangia è quindi necessariamente anche un momento in cui il corpo ha bisogno di cibo.

Il corpo può indicare da solo quando desidera cibo – e allo stesso modo può indicare quando in quel momento non lo desidera.

Questo è in contrasto con l’abitudine:

«È ora di mangiare, quindi devo mangiare.»

La fame vera e la cosiddetta «fame»

Un’altra parte molto importante della lettera di studio si collega direttamente al pensiero dei livelli di dipendenza che abbiamo già sviluppato.

Viene descritto come le persone che consumano regolarmente alimenti molto speziati, stimolanti o fortemente elaborati possano avvertire dei disturbi quando saltano un pasto.

Possono sentirsi deboli, avere mal di testa, irrequietezza o altre sensazioni spiacevoli.

La lettera di studio però non considera necessariamente tutto questo come vera fame.

Viene posta la domanda se queste manifestazioni non possano essere piuttosto una sorta di reazione di astinenza nei confronti dell’alimentazione abituale o di determinate sostanze stimolanti.

Da qui nasce una distinzione molto interessante:

L’essere umano può desiderare qualcosa senza che il suo corpo abbia realmente bisogno di cibo.

Il desiderio può nascere dall’abitudine.

Può nascere dall’alimentazione precedente.

Può nascere da determinate spezie, bevande o altri stimoli abituali.

E nonostante tutto questo può essere percepito esattamente come fame.

La vera fame e i sintomi di malattia

La lettera di studio mette in contrapposizione alla cosiddetta fame da astinenza un'altra condizione.

La fame vera viene descritta come qualcosa di naturale, che non dovrebbe essere accompagnato da sintomi di malattia.

Per il nostro capitolo questa distinzione è molto interessante, perché permette una semplice osservazione:

Come si manifesta veramente la mia fame?

È un bisogno tranquillo e naturale di cibo?

Oppure è agitazione?

Mal di testa?

Debolezza?

Irritabilità?

Sensazione di vuoto?

Desiderio di un alimento molto preciso?

Oppure contemporaneamente compare un malessere fisico?

La lettera di studio utilizza questa distinzione per mostrare che non ogni sensazione spiacevole deve essere immediatamente compensata con il cibo.

Ed è proprio qui che possiamo ritornare al nostro capitolo:

«Guarisci la tua fame» non significa soltanto soddisfare la fame, ma prima di tutto imparare a riconoscere quale fame è realmente presente.

Malattia e scomparsa della fame

La lettera di studio collega in modo particolarmente forte fame e malattia.

In presenza di disturbi acuti, dolori, febbre o infiammazioni, secondo questa concezione la fame naturale può scomparire.

Il corpo non chiede più cibo.

La lettera di studio interpreta questa scomparsa della fame come una sorta di reazione naturale dell’organismo.

Qui ritorna un pensiero che abbiamo già incontrato negli altri scritti di Natural Hygiene:

Durante una simile fase il corpo non dovrebbe essere ulteriormente appesantito dal lavoro della digestione.

Il digiuno viene quindi considerato, secondo questo materiale, non prima di tutto come «patire la fame», ma come una pausa di riposo per l’organismo.

Questa è una distinzione molto importante.

Digiunare non significa morire di fame

La lettera di studio distingue chiaramente tra digiuno e fame per mancanza di cibo.

Morire di fame significa, in questa rappresentazione, che una persona deve fare a meno del cibo quando le sue riserve sono ormai esaurite.

Il digiuno, invece, viene inteso come un periodo limitato durante il quale l’organismo non riceve cibo dall’esterno e può quindi dedicarsi ad altri compiti.

Per il capitolo 21 questo pensiero è importante perché modifica ancora una volta il significato della parola fame:

Non mangiare non significa automaticamente avere fame.

E:

Digiunare, secondo questo materiale, non significa semplicemente sopportare la fame.

Al contrario, si dovrebbe proprio osservare se esiste realmente una fame naturale.

Lo stomaco vuoto e l’abitudine a mangiare

Questo si collega molto bene anche al tuo pensiero già sviluppato sullo stomaco vuoto.

Uno stomaco vuoto può essere percepito in modi differenti.

Una persona lo sente come un vuoto spiacevole e deve immediatamente mangiare.

Un’altra persona lo percepisce semplicemente come vuoto e aspetta fino a quando compare una sensazione naturale di fame.

La lettera di studio pone quindi indirettamente anche questa domanda:

«Che cosa faccio con il vuoto?»

Devo riempirlo immediatamente?

Oppure posso prima osservarlo?

Questo si adatta molto bene al tuo pensiero precedente:

Uno stomaco vuoto non è automaticamente un segno che manca del cibo.

La malattia come segnale e non come invito a mangiare

Qui la lettera di studio diventa particolarmente interessante per il capitolo 21.

La malattia viene descritta, secondo la sua propria impostazione igienista naturale, come una condizione nella quale il corpo avrebbe bisogno delle proprie forze per altri processi.

Se contemporaneamente non c’è fame, il cibo non viene considerato come un aiuto.

Al contrario, la lettera sostiene che anche un buon alimento non possa essere utilizzato correttamente se il corpo in quel momento non è in grado di digerirlo adeguatamente.

Ne deriva una sequenza di pensiero importante:

Malattia → scompare la fame → il cibo non viene più richiesto → riposo digestivo → digiuno → il corpo può dedicarsi ai propri processi.

Ed è proprio questo il punto in cui la lettera di studio diventa interessante per il nostro capitolo.

Non:

«Ho un problema allo stomaco, quindi devo mangiare in modo particolare o mangiare qualcosa di particolarmente leggero.»

Ma, nella logica di questo vecchio scritto:

«Se il corpo non richiede cibo e l’apparato digerente è sotto pressione, il cibo stesso può diventare parte del sovraccarico.»

Le ulcere

Molto adatto ai testi n. 76 e n. 77 che abbiamo già esaminato è anche il tema delle ulcere.

La lettera di studio utilizza l’ulcera gastrica come esempio di ciò che, secondo la sua interpretazione, può accadere quando una persona continua ad introdurre cibo nonostante sia già presente un disturbo.

Viene messa a confronto la concezione allora diffusa di un'eccessiva produzione di acido gastrico con la propria spiegazione igienista naturale.

Secondo la rappresentazione della lettera, il problema vero sarebbe più profondo e viene collegato a una condizione generale di sovraccarico, rispettivamente di tossiemia.

La conseguenza che ne viene tratta è:

Se lo stomaco è già danneggiato o infiammato e contemporaneamente non c’è fame, non dovrebbe essere ulteriormente impegnato con il cibo.

Per il capitolo 21 è un pensiero molto utile, perché rende ancora più radicale la domanda:

«Perché mangio veramente?»

Digiuno e dipendenza

Un'altra parte della lettera di studio si collega direttamente ai tuoi precedenti pensieri sui livelli di dipendenza.

La lettera tratta non soltanto le normali abitudini alimentari, ma anche caffè, tè, tabacco, alcol e altre dipendenze.

L'idea di fondo è sempre simile:

La persona assume regolarmente una sostanza.

Il corpo si abitua ad essa.

Quando la sostanza viene improvvisamente eliminata, compaiono reazioni spiacevoli.

La persona interpreta facilmente queste reazioni come un bisogno della sostanza.

E così nasce un circolo:

Sostanza → abitudine → eliminazione → reazione spiacevole → nuova assunzione → nuova abitudine.

La lettera di studio vede nel digiuno una possibilità di interrompere questo circolo.

Per il nostro capitolo è però particolarmente interessante il fatto che questo schema possa essere applicato anche al cibo:

Non tutto ciò che desideriamo intensamente è per questo qualcosa di cui il nostro corpo ha realmente bisogno.

La regola fondamentale della lettera di studio

Un punto è particolarmente utile per il nostro capitolo, perché quasi può diventare una regola.

La lettera di studio propone, in sostanza, questa osservazione:

Se dopo un pasto non ci si sente bene fisicamente e psicologicamente, si dovrebbe saltare il pasto successivo.

Anche preoccupazione, paura, ansia, dolore interiore o forte stress emotivo vengono indicati come condizioni nelle quali non si dovrebbe semplicemente continuare a mangiare.

Questo si collega molto bene alla tua parte sulla fame da stress.

La fame quindi non viene più considerata soltanto come una questione fisica.

Anche la condizione psichica influenza il modo in cui viene vissuto il cibo.

Bambini – soltanto marginalmente per il capitolo 21

La lettera di studio contiene una parte più ampia dedicata ai bambini.

Per il nostro capitolo non inserirei tutta questa parte.

Il pensiero che può interessarci è semplicemente questo:

Quando un bambino è malato e spontaneamente non vuole mangiare, secondo questa vecchia concezione non dovrebbe essere costretto a mangiare, ma si dovrebbe attendere il ritorno della fame naturale.

Questo appartiene certamente al tema della fame, ma non è necessario per il pensiero principale del capitolo.

Perciò lascerei fuori dal capitolo 21 tutta la parte più ampia dedicata ai bambini.

Quanto deve durare il digiuno?

Anche questa parte è interessante, ma qui nel libro farei attenzione alle affermazioni storiche sul digiuno.

La lettera di studio non dice semplicemente:

«Digiunate esattamente per un determinato numero di giorni.»

Piuttosto sostiene che la durata dovrebbe dipendere dai cambiamenti del corpo e dall'evoluzione della condizione.

Come segnali vengono indicati, tra gli altri, il cambiamento della patina sulla lingua, la trasformazione dell'alito e soprattutto il ritorno della fame.

Ed è proprio questo che torna ad essere molto interessante per il nostro capitolo:

Alla fine la fame non appare più come un nemico, ma come un orientamento.

All'inizio:

La fame scompare.

Poi:

Digiuno e riposo.

E più tardi:

La fame ritorna.

In questo modo si chiude un cerchio.

Interrompere il digiuno e il ritorno della fame

La lettera di studio collega il ritorno della fame alla conclusione del periodo di digiuno.

Anche qui non inserirei nel libro le regole concrete del digiuno storico senza ulteriori verifiche, ma terrei per ora il pensiero fondamentale:

Il corpo non dovrebbe semplicemente ricevere di nuovo il cibo secondo un orologio esterno.

Piuttosto, il ritorno di una fame naturale viene considerato un segnale importante.

Questo si collega perfettamente al titolo del tuo capitolo:

Guarisci la tua fame

Perché il pensiero potrebbe essere:

Forse non dobbiamo imparare soltanto come eliminare il più rapidamente possibile ogni fame.

Forse dobbiamo prima imparare nuovamente a riconoscere la fame.

Il pensiero più importante per il capitolo 21

Se dovessi estrarre dall'intera lettera di studio soltanto il nucleo che può servire al tuo capitolo, sarebbe questa sequenza di pensieri:

L'essere umano non mangia soltanto perché il suo corpo ha bisogno di nutrimento.

Mangia per abitudine.

Mangia secondo l'orologio.

Mangia perché lo stomaco è vuoto.

Mangia perché desidera un determinato alimento.

Mangia per irrequietezza.

Mangia per stress.

Mangia nonostante non abbia fame.

E può perfino mangiare mentre il corpo è impegnato in altri processi.

A questo comportamento la vecchia lettera di studio contrappone un altro percorso:

Osservare.

Distinguere la fame.

Percepire anche l'assenza di fame.

Non rispondere immediatamente con il cibo a ogni sensazione del corpo.

E non confondere il digiuno con il morire di fame.

Questo potrebbe essere il passaggio verso il tuo capitolo 21

Forse la guarigione della fame comincia proprio là dove smettiamo di riempire immediatamente ogni vuoto con il cibo.

Lo stomaco vuoto non significa automaticamente fame. Un desiderio non significa automaticamente bisogno fisico. E una sensazione spiacevole non significa automaticamente che adesso bisogna mangiare.

La vecchia lettera di studio sul digiuno n. 46 pone quindi una distinzione importante per la nostra osservazione: esiste una fame naturale, ma esistono anche l'abitudine, il desiderio e le reazioni alla privazione di ciò a cui il corpo si è abituato.

Questa distinzione diventa particolarmente interessante nella malattia. In questo caso la fame può scomparire completamente. Secondo la concezione espressa in questa lettera di studio, proprio questa scomparsa della fame può essere un segnale che il corpo in quel momento non richiede cibo. Il digiuno non viene quindi inteso come una punizione e nemmeno semplicemente come il sopportare la fame, ma come un periodo di riposo.

In questo modo la fame assume un significato diverso. Non è più soltanto quel segnale spiacevole che deve essere eliminato il più rapidamente possibile mangiando. Può anche essere un segnale che ci comunica qualcosa sullo stato del corpo.







Ed è proprio qui che comincia la vera domanda del nostro capitolo: che cos'è veramente la fame?

Esiste un nome per questo modo di vivere?

A questo punto sorge una domanda molto semplice:

Esiste un nome per la forma di alimentazione che vivo o che pratico frequentemente?

No.

Non esiste una nuova direzione alimentare che io abbia inventato. Esiste soltanto un orientamento.

Non invento una nuova corrente crudista e nemmeno una nuova forma di alimentazione. Perché, osservando più attentamente le diverse cosiddette forme di alimentazione, si torna spesso allo stesso problema: si continua a parlare di ciò con cui nutrire il corpo, di ciò che gli si introduce, dei nutrienti che deve ricevere, delle calorie di cui avrebbe bisogno e di come mantenerlo costantemente rifornito di cibo.

Il mio approccio è diverso.

Chiamiamolo quindi semplicemente:

un modo di vivere BiGu Fu Qi Gong, accompagnato dal crudismo, ispirato alla «dottrina del digiuno senza muco» di Arnold Ehret e al modo di vivere raccomandato nel BiGu Fu Qi Gong – le due cose unite insieme.

Non una nuova corrente alimentare crudista.

Non una nuova dottrina alimentare.

Ma un percorso di depurazione.

Un modo di vivere orientato alla purificazione – sempre che un simile modo di vivere possa ancora essere realizzato all'interno della civiltà.

Perché prima o poi sorge la domanda:

Quanto ci si può realmente depurare vivendo nel mezzo della civiltà?

Forse, a un certo punto, bisognerebbe andare nella natura selvaggia.

Ma chi può farlo?


Il percorso e l'obiettivo

Il piano, in fondo, è semplice:

dalla cucina e dal cibo cotto, attraverso il percorso della depurazione crudista, verso il digiuno periodico.

A volte digiuno con i succhi.

A volte digiuno con l'acqua.

A volte digiuno a secco.

A questo si aggiungono la pulizia intestinale, il movimento, il lavoro, l'allenamento e lo sport.

La musica.

La gioia.

Il canto.

La danza.

L'arte in ogni sua forma.

E infine l'ingresso consapevole in quel particolare fenomeno del «dimenticare» – il completo immergersi in un'attività, fino al punto in cui il cibo e la fame, per un certo periodo, non sono più al centro della coscienza.

In questo percorso si tratta di superare le diverse fasi della dipendenza e di attraversare le diverse fasi della depurazione.

Il crudismo è un mezzo all'interno di questo percorso.

Non un'alimentazione crudista intesa come un nuovo sistema di credenze sui nutrienti.

Non una fede nelle calorie.

Non una fede nelle carenze.

Non il continuo calcolare e riempire il corpo.

Si tratta di un percorso di depurazione.

Una fase dopo l'altra.

Una fase verso l'alto o anche nuovamente verso il basso.

A seconda di ciò che la vita e il proprio stato permettono in quel momento.

Perché chi continua a riempire il corpo di cibo può certamente nutrirlo – ma questo non significa necessariamente renderlo più leggero.

Il percorso qui descritto considera invece il crudismo soprattutto come mezzo di depurazione.


Da una generazione all'altra

Le conoscenze importanti dovrebbero essere trasmesse.

Non soltanto a coloro che cercano oggi, ma anche a coloro che verranno dopo di noi.

Forse altre persone avranno condizioni di vita migliori.

Forse possiamo preparare condizioni migliori.

E forse queste condizioni migliorate potranno a loro volta essere trasmesse alla generazione successiva.

In questo modo le condizioni di vita potrebbero cambiare di generazione in generazione.

Non si tratta quindi soltanto di fare un'esperienza per sé stessi.

Si tratta anche di conservare le esperienze e trasmetterle, affinché coloro che verranno dopo di noi non debbano ogni volta ricominciare completamente da zero.


Il cammino dell'Homo sapiens

Per l'Homo sapiens il compito non consiste nel copiare la scimmia.

Il compito consiste piuttosto nel fare in modo che l'essere umano stesso non continui a soccombere a ciò che si è abituato a fare nel corso delle generazioni.

La via d'uscita dal cibo cotto e dal consumo di alimenti animali è, in questa prospettiva, un lungo percorso di depurazione.

Si potrebbero considerare simbolicamente due possibilità:

la via del ritorno verso la scimmia

oppure

la via in avanti verso l'uomo galattico.

E chi pretende una prova pratica dell'esistenza di un «uomo galattico» deve innanzitutto guardarsi allo specchio e chiedersi:

«Uomo… come ha fatto la scimmia a inventare lo specchio?»

E dove sono finite tutte quelle connessioni intermedie nevrotiche?

Forse proprio in questa domanda si trova l'umorismo necessario per poter percorrere con gioia un cammino evolutivo così lungo.


Il piano quotidiano più semplice contro la fame

Il piano quotidiano più semplice e rapido per affrontare la fame e sostenere il percorso di depurazione descritto – senza soffrire continuamente di sintomi della fame – è, in fondo, molto semplice.

Al mattino non mangiare.

A mezzogiorno un pasto di frutta.

Questo pasto può anche essere spostato al pomeriggio.

Alla sera un'insalata.

Durante la giornata, se lo si desidera, si può bere il proprio succo preferito.

Mangiare la frutta possibilmente come pasto monoalimento, da sola.

Combinare insalate e verdure in modo tale da non svegliarsi il mattino seguente frustrati e con una forte fame immediata.

A questo proposito bisogna considerare i tempi di digestione e le combinazioni degli alimenti.

L'idea non è organizzare la maggior quantità possibile di cibo, ma permettere nuovamente gli intervalli vuoti tra i pasti.

Anche il digiuno con i succhi rientra in questo contesto.

Così come la depurazione attraverso il crudismo.

E naturalmente:

dormire con la finestra aperta,

fare sport,

dedicarsi alla musica,

ballare,

cantare,

vivere l'arte e praticarla,

provare gioia.

La gioia non è una cosa secondaria.

Fa parte dell'intero processo della vita.


Quando l'essenziale non basta

Se l'essenziale, riassunto in poche frasi, non è sufficiente per comprendere il percorso, si potrebbe essere tentati di leggere un'enorme quantità di altri libri.

Allora si studia sempre di più e sempre di più, fino a conoscere magari l'intero alfabeto – e tuttavia non riuscire più a vedere la linea.

Il percorso di depurazione del crudismo è in realtà semplice:

una fase dopo l'altra.

Verso l'alto o verso il basso.

Ma il crudismo inteso semplicemente come corrente alimentare può portare a un vero e proprio carosello mentale.

Cosa posso mangiare?

Cosa non posso mangiare?

Quanto?

Quali nutrienti?

Quali calorie?

Quale combinazione?

Quale teoria?

Quale direzione?

Quale scuola?

Quale opinione?

E improvvisamente, a forza di informazioni, non si sa più quale fosse l'essenziale.

Questo può perfino confondere il «cervello intestinale».

Per questo, a volte, una pausa dalle informazioni può essere più utile del prossimo libro.

Semplicemente smettere per un po' di leggere libri.

Non assorbire nuove teorie.

E concentrarsi invece sull'essenziale appena descritto.

E se questo non è sufficiente, si può sempre studiare l'intero alfabeto.

Allora sì, leggere tutto.


Dove posso riconoscere il mio livello di dipendenza?

Un'altra domanda è:

«Dove posso vedere a quale livello di dipendenza mi trovo?»

Su Google non si trova quasi nulla a questo proposito.

La risposta è:

non esiste una semplice tabella pubblica.

Questo collegamento è conosciuto in Occidente soltanto da poche persone ed è stato spesso trascurato – proprio perché il materiale è molto vasto.

Bisogna leggere molto.

Bisogna studiare molti testi.

Bisogna leggere libri.

Bisogna vedere video.

E soprattutto bisogna collegare tra loro i diversi elementi.

Mi sono quindi occupato per lungo tempo di questa tematica, che è stata spesso trascurata da altri, e ho raccolto, cercato e riunito il materiale corrispondente nei miei archivi e nei miei file.

Molto di questo materiale esiste già.

È stato indicato più volte.

Ma proprio perché i testi sono lunghi, i riferimenti vengono spesso soltanto sfogliati.

E quando non vengono studiati completamente, rimangono delle domande aperte.

In seguito bisogna allora spiegare nuovamente le stesse cose – ogni volta da capo e per ogni singola persona.


Il crudismo come parte del processo di depurazione del «Living on Light»

In questa concezione, il crudismo appartiene al processo di depurazione del Living on Light.

Non è l'alimentazione di cui l'essere umano vive esclusivamente.

Perché gli esseri umani vivono anche con il cibo cotto.

Proprio per questo, il crudismo viene qui considerato come mezzo di depurazione.

Serve a superare la fame e i relativi livelli di dipendenza all'interno delle diverse fasi di depurazione.

Per questo anche il modo di vivere crudista deve essere studiato.

Crudismo non significa semplicemente mangiare tutto crudo come ci va, continuando per il resto a comportarsi come si è abituati a fare con il cibo cotto.

Perché non si tratta soltanto di nutrienti.

Si tratta di un percorso.

E questo percorso richiede un uso consapevole.

Non è una roulette.

Il cibo cotto potrebbe essere definito, in senso figurato, una sorta di gioco della roulette russa fatto per piacere.

Ci si diverte a giocare – e tuttavia non si sa quali conseguenze potranno derivarne un giorno.

Il percorso di depurazione attraverso il crudismo viene invece inteso come una forma ulteriore e più avanzata di depurazione.

In questa prospettiva, va oltre ciò che comunemente viene definito TCM o naturopatia.

Anche qui ritornano i tempi della digestione, le combinazioni degli alimenti e gli intervalli vuoti.

A questi si aggiungono il digiuno, il movimento, l'allenamento, il dormire con la finestra aperta, l'impegno e il lasciarsi andare completamente in ciò che si sta facendo.

E proprio qui ricomincia il fenomeno già menzionato del dimenticare.

Ci si occupa di qualcosa.

Ci si muove.

Si lavora.

Ci si allena.

Si fa musica.

Si balla.

Si canta.

E improvvisamente non si pensa più continuamente al cibo.

In questo modo la fame può cambiare.


Ciò che può accumularsi nell'intestino nel corso degli anni

Nell'intestino possono trovarsi per anni depositi e materiali di vario genere.

In questa prospettiva, anche l'ambiente intestinale può contribuire alla comparsa ripetuta di segnali di fame.

Anche i parassiti e altri organismi rientrano tra gli argomenti che devono essere considerati in questo contesto.

Ciò che viene accumulato e mantenuto per anni può, a sua volta, creare condizioni nelle quali il corpo continua a richiedere cibo.

Per questo la questione della pulizia intestinale ritorna continuamente.

Non necessariamente nel senso di assumere subito lassativi.

Prima di tutto si tratta di riflettere.

O, ancora meglio:

di pensare in anticipo.

Che cosa è collegato al riempimento intestinale?

Che cosa è collegato alla digestione?

Che cosa è collegato alla fame?

Che cosa è collegato agli intervalli vuoti?

E cosa succede quando questi intervalli vuoti diventano nuovamente più lunghi?


La vendetta dell'incuria

La depurazione non avviene da un giorno all'altro.

Arriva e scompare a ondate.

A volte è chiaramente percepibile.

Poi quasi per nulla.

E infine arriva la fase successiva.

In questo modo il processo può distribuirsi nel corso degli anni, finché molto – forse quasi tutto – è stato eliminato.

Quanto più il processo avanza, tanto più deboli possono diventare i sintomi corrispondenti.

Per questo non bisogna aspettarsi:

Oggi comincio.

Domani è tutto finito.

Il corpo non funziona così.

Il passato non scompare in un solo giorno.

Ciò che è stato accumulato nel corso degli anni può anche richiedere periodi più lunghi per essere eliminato.

Per questo i numerosi riferimenti e i testi di approfondimento sono importanti.

Forse qualcosa è stato trascurato durante la prima lettura.

Forse anche durante la seconda.

Allora vale la pena studiarlo nuovamente.


E che dire delle contraddizioni?

Se durante la lettura emergono contraddizioni tra diversi libri sul crudismo oppure tra questo libro e la letteratura sul «Vivere di Luce», bisogna innanzitutto osservare più attentamente.

Molte cose sono collegate tra loro.

Ma la descrizione è diversa.

La scelta delle parole è diversa.

I termini vengono utilizzati in modo diverso.

E così qualcosa che in realtà appartiene allo stesso insieme può improvvisamente apparire come se fossero due cose completamente differenti.

In mezzo c'è inoltre la letteratura sul cibo cotto.

E così sembrano nascere tre direzioni diverse.

In realtà si può anche considerare tutto come un unico percorso:

livelli di dipendenza – livelli di depurazione – applicazioni depurative – livelli di ricaduta – manovre strategiche di deviazione – nuova depurazione.

Ciò che appare come una contraddizione può nascere dal fatto che persone diverse hanno seguito approcci di ricerca differenti e percorsi di vita differenti.

Alcuni descrivono l'inizio.

Altri descrivono una fase successiva.

Altri ancora descrivono la ricaduta.

E altri descrivono lo stato che può diventare possibile in seguito.

In questo modo nascono termini differenti per processi che in parte si sovrappongono.

Le apparenti contraddizioni possono quindi essere collegate anche a diversi livelli di conoscenza o a diversi livelli di comprensione.


Le diverse fasi del digiuno

In questa prospettiva, la riduzione del cibo associata al digiuno con i succhi si trova a un livello particolarmente elevato all'interno del percorso di depurazione descritto.

Successivamente vengono il digiuno ad acqua e il digiuno a secco.

Si può rimanere a un determinato livello.

Si può scendere nuovamente.

Si può proseguire.

Si può tornare indietro.

E dopo questo, nella concezione qui descritta, rimane soltanto ciò che viene chiamato «Luce».

E questo significa nuovamente:

digiuno a secco.

Ed è proprio qui che si trova un altro avvertimento:

chi procede troppo velocemente può essere abbagliato.

Chi vuole saltare troppo rapidamente alla fase successiva può cadere di nuovo.

Per questo ritorna anche qui la vecchia parola:

prudenza.

Non ogni fase deve essere conquistata immediatamente.

Non ogni persona deve attraversare ogni fase.

Ma chi descrive un percorso dovrebbe descriverne anche le fasi.


Mangiare meno invece di continuare a riempirsi

Un altro pensiero riguarda la quantità di cibo.

Soprattutto, in questa prospettiva, bisognerebbe mangiare meno.

Perché quando si vive continuamente secondo teorie sui nutrienti, teorie sulle calorie, presunti depositi di tossine, riserve corporee e continuo bisogno di «stimolazione», è molto facile mangiare troppo.

Prima arriva la be-giustizia, la be-geisterung, la stimolazione.

Il cibo stimola.

Ci si sente caricati.

Ci si sente forti.

Ci si sente entusiasti.

Ma prima o poi arriva la be-erdigung, la «sepoltura».

La stimolazione diminuisce.

L'umore scende.

Arriva la depressione.

E allora bisogna mangiare nuovamente per produrre la prossima fase di entusiasmo.

Nasce così un sistema continuo di stimolazione:

mangiare,

entusiasmo,

caduta,

mangiare di nuovo,

nuovo entusiasmo.

Bisogna continuamente riempire per mantenere accesa l'apparenza della luce.

Se non si riempie in tempo, i «beati», gli «entusiasti», ci abbandonano e ci lasciano cadere.

E allora si finisce nuovamente nella pressa.

All'improvviso sembra che manchi qualcosa di sacro – quel sacro che appare soltanto quando le calorie tornano ad ardere.

Nasce così la neurosi della dipendenza condizionata nel cervello intestinale.


Torniamo ancora una volta alla domanda fondamentale

E così questo nuovo passaggio ci riporta nuovamente all'inizio.

Esiste una nuova direzione alimentare?

No.

Esiste un percorso.

Esiste una nuova religione del crudismo?

No.

Esistono esperienze, fasi di depurazione e applicazioni.

Si tratta di mangiare il maggior numero possibile di nutrienti?

Non secondo la concezione qui descritta.

Si tratta di mangiare il maggior numero possibile di calorie?

Nemmeno questo è l'obiettivo.

Si tratta di non riempire continuamente il corpo quando potrebbe esserci invece un intervallo vuoto.

Si tratta di riconoscere le diverse fasi.

Si tratta di non interpretare automaticamente la fame come un ordine.

Si tratta di riconoscere le proprie abitudini.

E si tratta di permettere al corpo di diventare nuovamente più leggero, passo dopo passo.


Un altro pensiero: lo stomaco vuoto

Qui si inserisce anche un pensiero proveniente dalla letteratura sullo stomaco vuoto.

Il nostro corpo non è necessariamente progettato per vivere costantemente in uno stato di sazietà.

In questo contesto viene spesso menzionato il sistema delle sirtuine e l'idea che determinati processi biologici possano essere maggiormente attivati durante periodi senza assunzione di cibo.

Anche il medico giapponese Yoshinori Nagumo ha reso popolare il concetto di una frequenza dei pasti fortemente ridotta – tra cui un pasto al giorno – collegandolo a diversi effetti sul corpo.

Tra gli aspetti discussi vi sono la rigenerazione, la pelle, il peso corporeo e altri cambiamenti.

Questo pensiero si inserisce come un altro elemento del mosaico nella riflessione già descritta:

Non mangiare continuamente.

Non riempire continuamente.

Non eliminare immediatamente ogni sensazione di vuoto.

Ma osservare anche cosa accade quando lo stomaco rimane vuoto.

E ancora una volta ritorniamo alla domanda già posta:

Ogni sensazione di vuoto è veramente fame?

Oppure il vuoto può talvolta semplicemente significare che il corpo, in quel momento, non è impegnato con nuovo cibo?


E così il cerchio si chiude

Questo nuovo passaggio ci riporta infine a ciò che è stato descritto all'inizio di questo lungo capitolo.

Dal cibo cotto al cibo crudo.

Dal cibo crudo alla depurazione.

Dalla depurazione alle diverse fasi del digiuno.

Dalle fasi del digiuno al digiuno a secco.

Dai livelli di dipendenza ai livelli di depurazione.

Dalla continua occupazione mentale con il cibo all'occupazione con la vita stessa.

Lavoro.

Sport.

Allenamento.

Respirazione.

Sonno.

Musica.

Danza.

Canto.

Arte.

Gioia.

Aria fresca.

Umidità.

Movimento.

Riposo.

E infine il dimenticare – il completo immergersi in ciò che si sta facendo.

Perché forse una parte della trappola della fame consiste proprio nel fatto che pensiamo troppo al cibo.

E forse una parte della libertà comincia là dove il cibo non occupa più l'intera giornata della nostra coscienza.

Per questo questo nuovo passaggio non è soltanto un'aggiunta.

È anche un ricordo di ciò che è già stato detto.

Una ripetizione quando è necessaria.

Un approfondimento quando arrivano nuovi pensieri.

E un ritorno alle diverse vie che, in questo capitolo, conducono ancora e ancora allo stesso punto:

Non tutto ciò che si sente come fame deve essere immediatamente risposto con il cibo.

E non ogni alimentazione deve diventare una nuova «direzione alimentare».

A volte non si tratta di imparare a riempire sempre meglio il corpo.

Ma di imparare, passo dopo passo, a svuotarlo nuovamente.

Questo è il percorso della depurazione.